Il referendum salverà Alitalia?



Giovedì notte c’è stato un referendum tra i dipendenti di Alitalia, per dare o meno il via ad un accordo per cui si prevedono dei tagli retributivi per il personale aereo e più di 1300 esuberi tra il personale di terra di Alitalia che hanno contratto indeterminato e 699 che hanno dei contratti temporanei o che sono in servizio all’estero.

Secondo il ministro Carlo Calenda la nazionalizzazione «non esiste» per questo gruppo ma nemmeno una alternativa privata.
Infatti i soci di  Intesa Sanpaolo e di UniCredit, due delle banche coinvolte come altri soggetti privati da Atlantia alla Compagnia Generali non sono disposti a spendere di più negli sforzi da farsi che ammontano a circa un miliardo, decisi nei giorni scorsi.

«Alitalia ha un ruolo importante per l’economia del Paese ed è per questo motivo che la banca la sostiene, ma sia chiaro, ed è sempre stato chiaro, che noi non siamo dei vettori aerei», ha detto il presidente di Intesa Sanpaolo, dr.Gian Maria Gros-Pietro. Ha poi aggiunto: «Contiamo sul fatto che ci sia un piano industriale sostenibile», e questo vale anche per UniCredit: il ceo della Unicredit Jean Pierre Mustier, che  era  in cda di Alitalia fino a giugno scorso, ha spiegato che il nuovo intervento della banca – con un aiuto di circa mezzo miliardo – serve solo se questo può fare si che la compagnia sia poi in grado di essere autosufficiente come capitale fino alla fine del piano. Ma per arrivare a tale obiettivo serve il nuovo piano in tutte le sue componenti, compresi i contenimenti dei costi riguardo il lavoro; e dunque se i lavoratori non votano «sì» mancherebbe una condizione che è determinante a tale piano.

I sindacati e tutte le associazioni professionali del settore hanno chiesto che nel verbale di accordo si tenga conto di tre punti fondamentali:  delle modalità eque riguardo la riduzione dell’8% delle retribuzioni dei naviganti,  e anche che l’avvio della riduzione dei costi non parta da quelli attinenti la retribuzione percepita, e una maggiore gradualità nel taglio salariale da farsi nel corso di 5 anni . «Meglio sacrifici che fanno male ma con una visione del futuro – ha detto Annamaria Furlan della Cisl -che far fallire un’azienda. Altrimenti avremo una grande compagnia in meno e 20mila disoccupati in più».
Se vince il “no”  il ministro Calenda avrebbe ancora 6 mesi di amministrazione straordinaria e la liquidazione della compagnia. a meno che non ci fosse un salvataggio pubblico ovvero un aiuto di Stato.

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