Una parola nuova è entrata nel vocabolario di miliardi di persone di tutto il mondo: “criptovalute”. L’espressione corretta sarebbe, a dire il vero, “monete digitali”, ma poco importa. Si tratta di monete decentralizzate, ossia non emesse da alcuna banca centrale e la cui esistenza è stata resa possibile dal boom della tecnologia, in sostanza dalla nascita prima e la diffusione dopo di internet. Per implementarle, tali criptomonete utilizzano sistemi di crittografia per la convalida delle transazioni. E la tecnologia impiegata è del tipo “peer-to-peer”, con i nodi delle reti ad essere rappresentati dai computer degli utenti.
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Classifica Criptovalute
Di Criptovalute al mondo ne esistono diverse centinaia, anche se quelle note e con un certo peso economico sono poche. Si consideri, ad esempio, che il valore di mercato di tutte le monete digitali emesse e circolanti ammonta in questi giorni sui 240 miliardi di dollari, ma oltre i tre quarti di tale valore è rappresentato dalle prime cinque per capitalizzazione, cioè Bitcoin, Ethereum, XRP, Bitcoin Cash ed EOS. Già in 19-esima posizione scendiamo sotto il miliardo di capitalizzazione.
Le migliori piattaforme CFD per il trading di criptovaluta mettono a disposizione solo le migliori, di solito le prime 10 della classifica:
| Criptovaluta | Capitalizzazione | Simbolo |
|---|---|---|
| Bitcoin | $64,931,004,324 | BTC |
| Ethereum | $27,289,432,033 | ETH |
| Bitcoin Cash | $7,428,097,732 | BCH |
| Ripple | $7,003,349,345 | XRP |
| Litecoin | $2,776,183,075 | LTC |
| Dash | $2,579,792,945 | DASH |
| NEM | $2,057,652,000 | XEM |
| IOTA | $1,467,027,745 | MIOTA |
| Monero | $1,419,086,907 | XMR |
| NEO | $1,299,150,000 | NEO |
| Ethereum Classic | $1,103,297,430 | ETC |
I Bitcoin sono l’esempio di criptovaluta più diffusa e importante al mondo. Nel dicembre del 2017, una singola unità è arrivata a costare più di 19.000 euro, salvo imboccare la retromarcia e arretrare attualmente a meno di 7.500 dollari. In ogni caso, essi costituiscono oltre la metà dell’intera capitalizzazione delle criptovalute, che non a caso all’apice delle loro quotazioni arrivò a valere oltre 600 miliardi.
Dati gli altissimi tassi di crescita (ma anche dei cali), molti piccoli e piccolissimi investitori hanno ultimamente preso in considerazione di puntare capitali anche minuti su questo nuovo mercato. Come dar loro torto? Chi avesse acquistato un solo Bitcoin nell’aprile del 2016 e lo avesse mantenuto in portafoglio fino al dicembre scorso avrebbe realizzato un margine di profitto di quasi 45 volte il capitale investito. Per non parlare delle percentuali astronomiche messe a segno da chi aveva creduto in questa forma di investimento apparentemente comica sin dagli albori, quando una unità valeva pochi centesimi di dollaro.
Vi forniremo qualche dritta su come fare, partendo da una constatazione basilare: il successo delle criptovalute lo si dovrebbe alla loro caratteristica peculiare di essere assets non controllabili dal circuito bancario-finanziario tradizionale e di assicurare, in molti casi, l’assoluto anonimato dei possessori. I Bitcoin sono noti per potere essere acquistati e utilizzati senza che mai si possano conoscere i nomi dei detentori. Questo, perché il conto su cui vengono caricati utilizza un codice alfanumerico che da un lato individua senza margine di errore chi sia il possessore, ma senza associarlo a un nome e cognome specifico in pubblico.
Banche centrali e autorità di controllo, giudiziarie comprese, hanno lanciato l’allarme da anni, sostenendo che il mondo delle monete digitali si presterebbe a scopi criminali e persino terroristici. Indubbio che possa accadere, ma del resto anche le monete ufficiali emesse dagli istituti possono essere utilizzate per acquistare merci illegali o per fare affari in barba al fisco.
Non tutti gli analisti sono convinti della solidità delle criptovalute, Bitcoin compresi. Anzi, molti di loro ritengono che siano destinate a scomparire, a sgonfiarsi, essendo frutto di una bolla mediatico-finanziaria. Ci sono ragioni reali dietro questi giudizi, sebbene un po’ tutti tendano a riconoscere che il boom di questi ultimissimi anni esiterà la diffusione di una tecnologia rivoluzionaria, che si presterebbe a svariati impieghi. Parliamo della “blockchain”, la catena dei blocchi, un registro digitale di enormi proporzioni in cui vengono registrate tutte le transazioni effettuate in tempo reale, cosicché nessuno possa rimanere vittima di truffe. Un esempio: se acquisto da Tizio un Bitcoin e questi cercasse allo stesso tempo di venderle lo stesso a un terzo, l’operazione non sarebbe possibile, perché la “blockchain” registrerebbe la prima vendita, consultabile pubblicamente, senza avallarne una seconda. La tecnologia sarebbe in grado di sparigliare le carte su molti mercati, potendo essere utilizzata per rendere tracciabili le merci, per standardizzarne gli scambi (il caso dei diamanti), per agevolare i controlli tipici della fase di intermediazione finanziaria.
Come si creano le criptovalute?
Il concetto di natura decentralizzata delle criptovalute non è sempre facile da spiegare e capire. In fondo, siamo abituati all’idea che un bene, moneta inclusa, venga prodotto o “emesso” da una impresa o banca e venduto sul mercato a chi è disposto a pagare il prezzo richiesto. Con i Bitcoin nel 2009, ad opera dell’anonimo Satoshi Nakamoto, si da vita a una vera rivoluzione, ossia alla creazione di una moneta digitale non emessa da nessuno e che può essere acquistata da chiunque, ai prezzi che si formeranno sul mercato. Un network di computer tra loro connessi provvede a “sbloccare” una o più unità di Bitcoin, processo che viene anche definito “mining”, come se si trattasse di un bene da estrarre in una miniera. Esso consiste nella decodifica di un algoritmo complesso, che richiede l’utilizzo di una quantità enorme di energia. Ciascun partecipante al “mining” viene remunerato con una quota dei Bitcoin che il network è riuscito a sbloccare e rendere vendibili sul mercato. Naturale che più alto sia il prezzo, maggiore la convenienza a partecipare a simili operazioni.
Attenzione a pensare che si tratti di facili guadagni. Bisogna considerare gli alti costi di “produzione”, ossia essenzialmente la bolletta della luce, visto che il dispendio di energia è elevatissimo e un unico PC non sarebbe in grado di sbloccare anche una solo unità di Bitcoin. Non a caso, uno degli effetti collaterali del mining sta proprio nell’inquinamento ambientale, determinato dall’uso intensivo di energia elettrica, a sua volta generato ancora in gran parte nel mondo da petrolio e carbone.
Come si utilizzano le criptovalute?
Le criptovalute possono essere utilizzate essenzialmente online per acquistare beni e servizi, anche se non sono pochi i negozi fisici nel mondo che le accettano come metodo di pagamento. Inoltre, i Bitcoin dispongono ormai di una rete di migliaia di ATM dislocati in numerosi stati del pianeta, sebbene in Italia siano ancora nell’ordine di qualche decina. Essi consentono o solo di acquistare Bitcoin inserendo euro, dollari, etc., oppure anche di compiere l’operazione inversa. Come anticipato sopra, le transazioni effettuate con le monete digitali sono perlopiù garantite da assoluto anonimato.
Come investire in criptovalute?
Spiegato sommariamente cosa siano, passiamo adesso all’aspetto più interessante di questo articolo-guida, ossia come si investe in criptovalute. Premettiamo che le autorità dei vari stati hanno opinioni piuttosto diverse e spesso non chiare su come trattare questi assets. Quelle americane, ad esempio, restano indecise se sottoporle al trattamento riservato agli investimenti valutari, in quanto ciò finirebbe per legittimarle come valute al pari di euro, dollari, sterline, etc. Per questo, l’orientamento prevalente ad oggi resta quello di considerare le monete digitali investimenti capaci di produrre guadagni in conto capitale, con tutto ciò che ne deriva sul piano fiscale.
Per investire, bisogna visitare il sito di una delle piattaforme di trading di criptovalute esistenti. Numerose quelle per i Bitcoin, molto meno per le altre. Una volta che si è entrati, bisogna aprire un “wallet online”, ovvero un portafoglio sul quale trasferire valuta reale per effettuare l’investimento. Vi verranno richiesti i dati personali e relativi le coordinate bancarie del conto dal quale dovrete trasferire il denaro da investire. A seconda della piattaforma, ciò potrebbe richiedere più o meno tempo per le previe verifiche, anche se ribadiamo il concetto che trattasi di investimenti anonimi, nel senso che i detentori degli assets rimangono sconosciuti alle autorità nazionali, così come i movimenti finanziari così realizzati.
Fin qui, nulla di complicato, anche se dobbiamo avvertire che il mondo delle criptovalute si è prestato molto spesso ad abusi e ad attacchi di hacker, ragione per cui nessuna piattaforma di trading ad esse dedicate si mostra ancora oggi del tutto sicura. Il rischio, in buona sostanza, consisterebbe nel subire un furto. Il caso più eclatante ha riguardato Mt Gox, una piattaforma in Giappone, che nel 2014 subì il furto di ben 850.000 Bitcoin, riuscendo a recuperarne 200.000, ma finendo in bancarotta e bruciando gli investimenti di 130.000 creditori.
Una volta aperto il portafoglio, l’investitore ha sempre la possibilità di effettuare la riconversione nella moneta iniziale, ossia di passare in euro, dollari, etc. Il consiglio, in ogni caso, è di tenersi preparati a oscillazioni profonde e persino repentine, come la breve storia delle monete digitali di questi anni ci ha insegnato. La nuova disciplina sul trading in Europa, entrata in vigore dall’agosto 2018, pone limiti stringenti all’uso della leva finanziaria per le criptovalute, ridotta al massimo di 2:1. Questo significa che se voglio investire 10.000 euro in Bitcoin, dovrò depositare come margine iniziale 5.000 euro come minimo. Ciò disincentiverà forse i grossi investimenti, anche se va detto che in questo comparto i margini richiesti dagli intermediari erano stati anche prima molto elevati, a causa delle perdite potenziali molto elevate e della volatilità estrema.
Poiché di solito le criptovalute sono denominate in dollari, bisogna considerare due fattori per capire se sia arrivato il momento opportuno per disinvestire: la variazione delle quotazioni e quella del cambio euro-dollaro. Se, per ipotesi, un Bitcoin ha guadagnato il 5% dal momento in cui lo abbiamo comprato, ma nello stesso tempo l’euro ha guadagnato il 7% contro il dollaro, significa che abbiamo realizzato una perdita, al netto dell’effetto cambio, del 2%. Per fortuna, quasi mai avremo bisogno di farci questi calcoli, perché le stesse piattaforme di trading ci offrono l’andamento in euro delle criptovalute su cui abbiamo investite.
Discorso ben più complesso si ha, poi, con riferimento a quanto investire nelle criptovalute. Ci possono essere più scuole di pensiero e forse una risposta valida per tutti resta impossibile da dare. Si consideri che quelle più famose mostrano di avere già vissuto la fase esplosiva dei prezzi, per cui non sarebbero immaginabili guadagni stellari in breve tempo. Tuttavia, i rischi restano elevati e questo ci pone dinnanzi al dilemma se ci converrebbe investirvi una parte rilevante o meno del nostro portafoglio. Il suggerimento potrebbe essere il seguente: se avete a disposizione 1 milione di euro da investire e potete permettervi di perdere una quota relativamente elevata, allora vada anche per puntare 100.000 euro in Bitcoin, Litecoin, Ethereum. Nel caso raddoppiassero di prezzo, avremmo realizzato un guadagno elevato anche in valore assoluto, mentre se puntassimo solo qualche migliaio di euro, a fronte di un rischio elevato, potremmo ambire a guadagni bassi, che non ci cambierebbero certo la vita.
Altro discorso, invece, per le criptovalute meno famose e magari nate da poco, il cui potenziale di crescita sarebbe alto. Bisogna considerare, però, che negli ultimi mesi, il trend appare negativo un po’ per tutte le criptovalute, a seguito dello sgonfiamento delle quotazioni dei Bitcoin, che restano un investimento-guida per questo mercato.
