Che la sanità dei sistemi bancari nazionali sia di fondamentale importanza per evitare il ripetersi di crisi drammatiche, come quelle esplose all’indomani del fallimento di Lehman Brothers negli USA, lo abbiamo capito tutti. E per questo, i 19 stati dell’Eurozona hanno messo in piedi un sistema di controlli e di gestione dei rischi, che prende il nome di “unione bancaria”. Essa poggia essenzialmente su due pilastri: il meccanismo unico dei controlli e il meccanismo unico di risoluzione. Sul primo punto è stato stabilito che le banche con attivi almeno pari a 30 miliardi di euro siano sottoposti al monitoraggio non solo delle authority locali, bensì pure della BCE, attraverso la Vigilanza, che periodicamente predispone stress-test per valutare il grado di resistenza agli shock dei singoli istituti.
A fianco al nuovo sistema più accentrato dei controlli è stato istituito anche un meccanismo unico per gestire le risoluzioni bancarie, dando vita a un fondo transitoriamente suddiviso in compartimenti nazionali e di sostegno alle banche in difficoltà. Obiettivo: evitare che una singola crisi contagi il resto del sistema bancario e dilaghi persino fuori dai confini nazionali. La “Bank recovery and resolution directive” emanata nel 2014 ed entrata in vigore dal 2016, poi, fissa le condizioni a cui una banca potrà accedere agli aiuti statali o sovranazionali, stabilendo il principio del previo coinvolgimento nelle perdite degli investitori privati (“bail-in”).
Manca il cosiddetto terzo pilastro per completare l’unione bancaria, come spesso lamentato dalla BCE e dalla Commissione europea: la garanzia unica sui depositi. Se i depositi dei risparmiatori vengono garantiti in maniera diversa da stato a stato – questo il ragionamento dei proponenti – nei casi di tensioni finanziarie si rischia una frammentazione dei mercati del credito nell’Eurozona, perché i capitali verranno spostati dai luoghi meno sicuri a quelli più con maggiori tutele per i depositi. Serve, quindi, un unico schema di garanzia. Se ne parla da anni, eppure siamo ben lontani dal giungere all’obiettivo. Come mai? La Germania si oppone con tutte le sue forze.
Bundesbank e governo di Berlino chiedono che, prima di istituire garanzie uniche, bisogna minimizzare i rischi. Il completamento dell’unione bancaria, infatti, implicherebbe la nascita di un fondo di garanzia sovranazionale alimentato dalle stesse banche e che espone, quindi, proprio queste ultime ai rischi assunti. A differenza di oggi, le banche di uno stato si esporrebbero ai rischi delle banche anche di altri stati. Inevitabile che i sistemi bancari che si percepiscono come relativamente più sicuri non vogliano accollarsi oneri potenziali maggiori di quelli che avrebbero oggi. Sarebbe come costringere una famiglia senza debiti a concedere la fideiussione in favore di un parente mal messo sul piano finanziario. Naturale che opponga resistenza, in quanto la firma del contratto equivarrebbe ad esporsi al rischio di insolvenza del garantito.
Ora, le banche tedesche sono tra quelle che temono possibili contraccolpi dalla condivisione dei rischi con altre banche, italiane in testa. I nostri istituti, che pure una certa retorica politica bipartisan fino a qualche anno fa voleva fossero “tra i più sicuri al mondo”, mostrano diversi segni di fragilità. Uno è dato dall’alto livello dei crediti deteriorati. I cosiddetti “Npl” (“Non performing loans”) equivalgono ancora a poco meno dell’11% del totale dei prestiti, al netto delle svalutazioni, quando la media europea resta al di sotto del 5%. Parliamo dei prestiti: a rischio di restituzione, in quanto concessi a imprese già fallite o che ancora formalmente non lo sono, ma le cui speranze che paghino i debiti sono minime; relativi a scadenze ormai non onorate da tempo o, in altri casi, da poco.
Come mai abbiamo accumulato una tale montagna di Npl? Diverse la cause, tra cui una crisi economica, che ha messo sul lastrico migliaia di piccole e medie imprese e impedito a numerose famiglie di ripagare mutui e prestiti ottenuti. In svariati casi, però, anche pratiche poco avvedute e un certo capitalismo di relazione hanno contribuito ad aggravare il quadro.
Non è l’unico problema che gli altri governi percepiscono con riferimento alle nostre banche. Esse sono anche piene zeppe di titoli di stato italiani. A bilancio, a fine giugno ne avrebbero detenuti per un controvalore di 370 miliardi di euro, troppi per un solo sistema bancario. Ciò espone quest’ultimo ai rischi derivanti dal debito pubblico nazionale, per cui i tedeschi temono che l’unione bancaria finisca per scaricare sulle loro banche le difficoltà legate sia ai nostri BTp che agli Npl.
Poiché anche Berlino avverte l’esigenza/ineluttabilità che prima o dopo si marci verso l’unione bancaria, la Bundesbank ha messo da tempo a punto un piano per evitare che la Germania ne faccia parte senza prima avere ottenuto quanto desiderato. Per questo, la banca centrale tedesca ha chiesto e ottenuto sin dall’aprile di quest’anno una accelerazione del piano di smaltimento dei nuovi crediti deteriorati: quelli garantiti dovranno essere coperti con capitale entro 7 anni, quelli non garantiti entro 2 anni. Nelle intenzioni dell’istituto, il cosiddetto “addendum” sarebbe dovuto entrare in vigore retroattivo, cioè applicandosi anche agli Npl pregressi. Sarebbe stato un colpo durissimo per le banche italiane, che hanno giustamente protestato dinnanzi all’ipotesi della Vigilanza, ottenendo come concessione l’applicazione solo per i nuovi crediti deteriorati. Attenzione, però, perché non è affatto detto che le cose non cambino da qui a breve, specie se la Vigilanza venisse guidata da un “falco” vicino alla Germania, che succedesse alla francese Danièle Nouy. Tuttavia, la carica dovrebbe andare proprio a un italiano.
Quanto ai titoli di stato, due le proposte tedesche: che vengano fissati limiti quantitativi per le detenzioni a bilancio, in relazione al patrimonio netto o agli attivi; che i bond sovrani non vengano più considerati “risk free” e siano trattati al pari degli altri crediti, ossia coperti sulla base del rischio. La misura, che punterebbe a porre fine a una distorsione in favore dei prestiti elargiti agli stati, avrebbe effetti nefasti per il Tesoro italiano, che si ritroverebbe una minora domanda i BTp delle banche domestiche. Inoltre, ai mercati verrebbe segnalato in maniera ufficiale che i nostri titoli valgono meno di altri, nel caso in cui il capitale richiesto per coprire le possibili perdite fosse legato al rating. Poiché l’Italia non accetterebbe mai di subire simili condizioni penalizzanti e la Germania di avallare un’unione bancaria ad occhi chiusi, ecco spiegate le ragioni dello stato pluriennale e destinato a durare ancora a lungo.








