Nell’ambito dei contratti derivati, non possiamo non citare i “futures”, contratti a termine con cui una parte si obbliga ad acquistare o vendere un dato bene o strumento finanziario a un prezzo prefissato e a una certa data. Rispetto alle opzioni, quindi, qui vige l’obbligo e non la semplice facoltà di acquisto o di vendita. Obiettivo di simili contratti consiste essenzialmente nel tutelare l’acquirente o il venditore rispetto al rischio di rialzo o di riduzione dei prezzi del sottostante, ma anche spesso nello scommettere sulla direzione dei prezzi, speculandovi al rialzo o al ribasso. I futures possono riguardare materie prime (petrolio, argento, oro, etc.) o strumenti finanziari (valute, tassi di interesse, obbligazioni, azioni, etc.). Nel primo caso sono anche noti come “commodity futures”, nel secondo come “financial futures”.
Questi strumenti finanziari nacquero negli USA intorno alla metà dell’Ottocento per dare maggiori certezze agli agricoltori sui prezzi a cui sarebbero stati venduti i loro raccolti. Le negoziazioni avvennero alla Borsa di Chicago, che ancora oggi rappresenta la sede principale nel mondo per effettuare transazioni sulle materie prime (Chicago Board of Trade).
Dunque, con un future, un investitore si impegna ad acquistare o a vendere un certo bene o prodotto finanziario a un prezzo prefissato e per una certa data. Prendiamo come esempio il petrolio. Due parti decino di fissare la quotazione per barile a 80 dollari per la scadenza a 3 mesi, rispetto a quella odierna vigente sul mercato di 75 dollari. Evidentemente, entrambe si aspettano che il prezzo del greggio continuerà a salire, confidando di avere portato a casa un contratto più favorevole rispetto alle condizioni reali del mercato alla scadenza. In altre parole, l’acquirente ipotizza che un barile da qui a 90 giorni arrivi a costare anche più di 80 dollari, il venditore che prezzi anche meno. Che cosa succede se alla scadenza, un barile di Brent costasse 78 dollari? Il venditore avrebbe fatto un affare, avendo incassato per ciascun barile negoziato 2 dollari in più del prezzo reale, l’acquirente avrebbe subito una perdita per l’esatta differenza.
Ora, i piccoli investitori non aspettano mai che i futures giungano a scadenza, altrimenti dovrebbero vendere o acquistare petrolio vero e proprio, cosa che nella stragrande maggioranza dei casi nessuna delle parti ha davvero intenzione di fare, anche perché non avrebbe che farsene. Pertanto, anche solo poco prima della scadenza, una delle due cede a terzi il contratto, liberandosene e realizzando un guadagno o una perdita.
Altro aspetto interessante di questi contratti sta nella possibilità di investirvi “a leva”. Cosa significa? Immaginiamo di avere stipulato 10 futures su 10.000 barili di Brent per 80 dollari al barile. In teoria, l’investimento complessivo ammonta a 800.000 dollari. Tuttavia, se le parti negoziassero tra di loro attraverso una “clearing house” o stanza di compensazione, questa potrebbe richiedere all’acquirente di depositare solo un margine del valore nozionale. Ipotizziamo che questo sia dell’1%, ovvero che stiamo investendo con effetto-leva di 1:100. Ci basterebbe puntare effettivamente appena 8.000 dollari per sostenere l’operazione. La leva finanziaria consente, quindi, anche a chi possiede relativamente pochi capitali di investire sui mercati, anche se essa comporta rischi da non minimizzare. Nell’esempio appena esposto, bisogna tenere presente che l’investitore nei futures sul petrolio si stia esponendo, comunque, per 800.000 dollari, pur avendo depositato solo un centesimo della somma. Pertanto, è su questa cifra che vanno calcolati i guadagni o le possibili perdite. Se, ad esempio, a un certo momento il future quotasse in calo dell’1,5% rispetto al valore di inizio contrattazione, le perdite potenziali sarebbero per l’acquirente pari a 12.000 dollari, superiori al margine depositato, per cui l’intermediario gli chiederebbe un’integrazione per almeno la differenza (“margin call”), senza la quale chiuderebbe immediatamente la posizione.
Chi investe sui futures è anche solito fissare sin dall’inizio una perdita massima che intende tollerare e toccata la quale liquiderà la posizione (“stop loss”). Al giorno d’oggi, ciò avviene automaticamente, grazie all’informatizzazione dei mercati. Tuttavia, se la percentuale di tolleranza risulta troppo bassa, il rischio è che le variazioni naturali delle quotazioni impongano con ogni probabilità una chiusura della posizione senza la possibilità per l’investitore di approfittare di eventuali recuperi successivi.
Chi investe sui futures dovrebbe anche tenere a mente altri aspetti non secondari, ovvero che le quotazioni del sottostante dipendano anche dal cambio della valuta di negoziazione, nonché dalle aspettative dei mercati sui tassi. Gran parte delle materie prime è acquistabile sui mercati in dollari, per cui i loro prezzi risentono quotidianamente delle oscillazioni del cambio americano secondo una tendenziale correlazione negativa, in quanto un dollaro più forte tende a rendere più cari i prezzi delle commodities per gli acquirenti non americani, colpendone la domanda. Allo stesso modo, tutto ciò che influenza positivamente il cambio della valuta di denominazione dei contratti finisce per indebolirne le quotazioni, come per il caso dei tassi. Se la Federal Reserve, ad esempio, annunciasse un rialzo dei tassi non scontato dai mercati, il dollaro si apprezzerebbe e le quotazioni del petrolio scenderebbero.
Infine, i futures fungono da riferimento per il mercato, in quanto segnalano le aspettative degli investitori sui prezzi per i mesi successivi. Se, ad esempio, vengono sottoscritti contratti “long” numericamente superiori a quelli “short”, significa che la maggioranza degli investitori scommette su un rialzo dei prezzi, viceversa che starebbe attendendosi un ribasso. Per questo, settimanalmente sulle principali materie prime si è soliti fare il punto sulle posizioni nette, ovvero se il saldo tra contratti rialzisti e ribassisti sia positivo o negativo e come risulti evoluto rispetto all’ottava precedente.








