Le opzioni put o “put options” sono contratti derivati, che assegnano al possessore la facoltà, ma non l’obbligo, di vendere un titolo o un’attività sottostante a un certo prezzo (“strike price”) e a una certa data per le fattispecie europee (entro una certa data per quelle americane), dietro il pagamento di un premio alla controparte. Questo è l’opposto di un’opzione call, che dà al possessore il diritto di acquistare un titolo sottostante ad un prezzo specificato, prima che l’opzione scada.
L’obiettivo di chi acquista un’opzione put può essere duplice: proteggersi dal rischio di discesa dei prezzi di un titolo o altra attività, oppure speculare al ribasso. In ogni caso, l’investitore confida nella discesa dei prezzi, affinché alla scadenza pattuita risultino inferiori a quelli vigenti sul mercato. Solo in quel caso, infatti, troverà conveniente esercitare l’opzione di vendita, maturando potenzialmente un profitto. Vediamo con un esempio come funziona.
Tizio acquista l’opzione put relativa a 1.000 azioni della società X, pattuendo con Caio un prezzo di 7,00 euro cadauna e versandogli un premio di 0,10 euro per azione, ossia un totale di 100 euro. Le parti concordano una scadenza di 90 giorni, al termine della quale le azioni X valgono sul mercato 6,40 euro. Tizio troverà conveniente esercitare l’opzione di vendita, in quanto potrà rastrellare da terzi le azioni per un costo totale di 6.400 euro (6,40 x 1.000), vendendoli a Caio per il prezzo concordato di 7.000 euro. Pur scontando un premio versato di 100 euro, Tizio maturerebbe un margine netto di 500 euro, pari a 7.000 – 6.400 – 100.
In questo caso, diremmo anche che l’operazione sarà stata “in the money”, ovvero che abbia esitato un risultato positivo per l’investitore. Supponendo, invece, che alla data concordata il prezzo delle azioni sul mercato fosse stato di 7,20 euro, a Tizio non sarebbe convenuto esercitare l’opzione di vendita, visto che avrebbe dovuto effettuare la cessione a meno di quanto avrebbe speso rastrellando i titoli sul mercato. L’operazione, in questo caso, infliggerà perdite pari al premio versato, per cui si rivelerà “out of the money”. Potrebbe accadere, poi, che il prezzo del titolo risulti sì inferiore a quello di mercato, ma non tale da consentire all’investitore di ottenere un profitto dopo avere sottratto il costo del premio. Tuttavia, in questo caso conviene ugualmente esercitare l’opzione put o di vendita, il modo da minimizzare la perdita, il cui massimo ammontare coinciderà proprio con il premio versato.
Come si può capire dalla tipologia di questo contratto derivato, siamo dinnanzi a una scommessa ribassista, per cui il mercato è attento solitamente a monitorare l’andamento dei contratti di opzione put e call stipulati su un titolo, al fine di anticipare l’andamento futuro dello stesso. E’ evidente, infatti, che se molti investitori scommettessero su una determinata azione con la stipulazione di opzioni put, esso sarebbe il segnale che il mercato nutre aspettative ribassiste sul relativo prezzo. E man mano che il mercato si sposta in una precisa direzione, i prezzi seguono e il premio richiesto per esercitare i diritti di opzione crescono, diventando la scommessa sempre meno rischiosa, almeno potenzialmente.







